Still life – la gloria della ritualità

Una scena dal film
Una scena dal film

Still life (2013) è un film bellissimo. Parla del senso della vita, della solitudine, del lavoro rituale, della straordinarietà della vita quotidiana. John May, il protagonista del film, impiegato comunale con un piccolo incarico, tanto inutile che alla fine della narrazione viene soppresso dal municipio, è in verità un grande uomo, un uomo che pur nella sua solitudine, nei suoi infiniti silenzi, con pacata ostinazione ha avuto la capacità di trasformare in meglio il mondo intorno a sé. E’ proprio questo il segno della grandezza di un uomo. John May non avrà alcun tributo dagli uomini, men che mai dalla pubblica amministrazione, che lo licenzia, ma dalle persone decedute, di cui si è preso cura. Ha ottenuto l’eternità. Questo è uno dei pochi film, in cui la quotidianità trionfa. Still life è veramente un film  da vedere, più che da ascoltare, un film che emoziona profondamente.

Le ideologie sono diventate inutili?

Pare che ormai le ideologie siano ormai tramontate. La politica si è sempre identificata

Il trionfo di Macron
Emanuel Macron (23 Aprile 2017)

con divisioni, tali, però, da permettere di identificarsi in un gruppo e in un’azione politica. Il comunismo, il liberalismo, l’attivismo cattolico non erano semplici bandiere, ma rappresentavano una linea d’azione coerente. Il programma di un liberale era differente da quello comunista, ma ciò lungi dal creare sterili discussioni muoveva gruppi organizzati, i partiti appunto, nel proporre programmi, idee, soluzioni. Queste divisioni permettevano di proporre dibattiti costruttivi. Poi l’elettore poteva scegliere il partito, cui meglio si identificava. Pare che questo modo di fare politica sia ormai in declino, se non già superato. Eppure il vuoto è peggio dell’ideologia, perché non vi è un ordine interno o una direzione. Si segue la massa, opinioni transeunti, sentimenti contrastanti. Le passioni politiche, senza la mediazione di una direzione precisa, proprio come i sentimenti umani, mutano rapidamente e grandi entusiasmi si trasformano in profonde antipatie. Ma è proprio così? Sicuramente sta perdendo senso la distinzione tra destra e sinistra. Secondo Norberto Bobbio ciò che distingue i due schieramenti è il concetto di uguaglianza. Il filosofo scrive:  “Se mi si concede che il criterio rilevante per distinguere la destra e la sinistra è il diverso atteggiamento rispetto all’ideale dell’uguaglianza, e il criterio rilevante per distinguere l’ala moderata e quella estremista, tanto nella destra quanto nella sinistra, è il diverso atteggiamento rispetto alla libertà, si può ripartire schematicamente lo spettro in cui si collocano dottrine e movimenti politici, in queste quattro parti:

a) all’estrema sinistra stanno i movimenti insieme egualitari e autoritari, di cui l’esempio storico più importante, tanto da essere diventata un’astratta categoria applicabile, ed effettivamente applicata, a periodi e situazioni storiche diverse, è il giacobinismo;

b) al centro sinistra, dottrine e movimenti insieme egualitari e libertari, per i quali potremmo oggi usare l’espressione “socialismo liberale”, per comprendervi tutti i
partiti socialdemocratici, pur nelle loro diverse prassi politiche;
c) al centro destra, dottrine e movimenti insieme libertari e inegualitari, entro cui
rientrano i partiti conservatori, che si distinguono dalle destre reazionarie per la loro
fedeltà al metodo democratico, ma, rispetto all’ideale dell’uguaglianza, si attestano e
si arrestano sull’uguaglianza di fronte alla legge, che implica unicamente il dovere da
parte del giudice di applicare imparzialmente le leggi;
d) all’estrema destra, dottrine e movimenti antiliberali e antiegualitari, di cui credo sia
superfluo indicare esempi storici ben noti come il fascismo e il nazismo.” (Destra e Sinistra, Donzelli, 2014)
Se fosse vero quanto affermato da Bobbio, bisognerebbe concludere che con lo sfumarsi della separazione destra/sinistra è cambiata anche l’idea di uguaglianza. Appare strano, però, che proprio in un momento storico, in cui la povertà aumenta e il divario tra ricchi e poveri si amplifica pericolosamente, tramonti la differenza sull’idea di disuguaglianza. Probabilmente stiamo vivendo un momento di transizione. Si rifiuta il passato, considerato artefice dell’attuale momento socio-economico, ma non si vede ancora un futuro. E’ importante superare questa incertezza, perché il vuoto può divorare tutto.

… quando l’alternativa è l’insulto…

12A1D01-oclocrazia
Oclocrazia, Governo delle masse disorganizzate

Non vi è dubbio che la democrazia stia vivendo un momento molto difficile in tutto l’occidente. L’emergere di movimenti che si trasformano in una sorta di tribunale sommario di ciò che viene additato quale vizio del potere, l’uso dell’aggressione, seppur fortunatamente solo verbale, il sistematico utilizzo del dileggio dell’avversario, denotano sempre più il desolante vuoto di idee, politiche e identità.  Tutto ciò appare vicino a ciò che il filosofo greco Polibio (206 a.C. – 124 a.C.) indicò con il termine di oclocrazia. Molte sono le definizioni di questa forma di Governo, ma la più attuale è rintracciabile nel dizionario on line De Mauro. Oclocrazia è un “regime o situazione politica in cui prevalgono le masse che agitano la piazza e che fanno valere le proprie istanze, spec. con una forte spinta emozionale, imponendosi sul potere legittimo e sulla legge stessa”

E’ bene chiarire che il continuo richiamo al principio di legalità per gli altri, ma non per se stessi, viola il principio cardine di ogni buon ordinamento giuridico: la sua neutralità, o in altri termini il suo carattere d’imparzialità. La legge sanziona comportamenti che la maggioranza ritiene contrari ai valori di una data comunità giuridica. Solo la maggioranza nelle forme previste da ciascun ordinamento può modificare la legge. La legge stessa è elaborata per regolare situazioni generali e astratte, non contingenti e sulla base di principi generali del diritto, tra cui primeggia proprio l’imparzialità.

E’ indispensabile riporre le polemiche di scarso rilievo, rimboccarsi le maniche e realizzare politiche concrete, che rimedino  rapidamente alla condizione dei cittadini sempre più poveri e delusi. In caso contrario l’oclocrazia divorerà secoli di riflessioni e legittime battaglie a favore della democrazia rappresentativa, unica alternativa all’autoritarismo.

Astensionismo: crisi della democrazia?

Vi è un dato che, almeno per quanto riguarda l’Italia, è indiscutibile.

Elaborazione dati a cura di Renzo Remotti
Elaborazione dati a cura di Renzo Remotti

Dalle lezioni politiche  del 1983 il tasso di astensionismo inizia a salire in diversa misura, ma costantemente fino a giungere a sfiorare il 28 % nelle ultime elezioni del 2013. Si tratta ormai di un vero e proprio partito ombra denominato appunto partito del non voto. Il grafico a fianco registra il trend dal 1946 al 2013. E’ interessante proporre alcune riflessioni intorno a questa lenta sfiducia, che l’elettorato dimostra nei confronti della politica. Innanzitutto è bene chiarire che un trend simile è registrabile in quasi tutti gli Stati europei. La media dell’astensionismo in Europa è pari al 36 %. In altre parole la media europea del partito del non voto è superiore al dato italiano. Altra premessa è che, oltre all’Italia, anche in Germania, Francia e Regno Unito negli anni ’80 la partecipazione al voto è diminuita. Limitando l’analisi al caso italiano a partire dagli anni ’80 si registra un marcato aumento della disuguaglianza di reddito. Secondo il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (O.C.S.E.) del 2012 (Testo), l’ultimo disponibile, proprio dagli anni ’80 l’indice di Gini registra una preoccupante crescita. L’indice di Gini è la misura della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi e ha un intervallo tra lo 0 % (tutte le famiglie hanno il medesimo reddito) e il 100 % (una sola famiglia detiene l’intera ricchezza). Tra il 1980 e il 2000 in Italia l’indice di Gini aumenta del 10 % a fronte di un aumento del 11 % medio tra tutti i Paesi aderenti all’OCSE. Secondo i dati del 2016, pubblicati sul sito dell’OCSE, l’Italia ha un indice di Gini pari al 32,5 %, con un minimo dell’Islanda (24,4%) a un massimo del Cile (46,5%). In termini politici ciò significa che un numero sempre maggiore di elettori percepirà come debole le politiche economiche. Si può ipotizzare che vi sia una correlazione tra tale aumento della disuguaglianza e l’astensionismo politico? Sebbene sia ancora presto per poter tentare un’analisi obiettiva possibile conferma dell’ipotesi proposta è data dalle ultime elezioni politiche americane. Nel 2010 entra in vigore il  Patient Protection and Affordable Care Act, conosciuta come l’Obamacare, la più ambiziosa riforma sanitaria dell’amministrazione Obama. Un provvedimento certamente equo, ma molto oneroso, tanto più che incide su un sistema sanitario già tra i più costosi (17 % sul PIL) (cfr. Economist). Ciò nonostante bisogna pensare che il 10 % della popolazione americana non ha copertura assicurativa per le cure mediche, e con l’entrata in vigore della legge circa il 40 % di questa fetta di popolazione esclusa dal diritto più fondamentale avrebbe avuto la dovuta copertura assicurativa. Entro il 2020 si prevedeva di fornire tale copertura al 100 % degli esclusi. Eppure il 56 % dei cittadini si trovò subito in disaccordo con il provvedimento. Donald Trump ha promesso (e attuato) l’abolizione dell’Obamacare, ma ha anche garantito posti di lavoro e aumento degli stipendi, ovvero di reddito. I voti che hanno portato alla vittoria Donald Trump sono giunti proprio dalla fascia di popolazione maggiormente avvantaggiata dall’Obamacare. Come mai? Evidentemente perché tra disporre di maggior ricchezza o di uno Stato assistenziale gli elettori americani hanno preferito la promessa di vedersi aumentare il proprio conto in banca. Non so se l’amministrazione Trump manterrà anche la promessa di aumentare il reddito dei più poveri, ma certamente   non si può ignorare il risultato delle elezioni americane, solo in apparenza irrazionali. I partiti politici devono impostare politiche economiche tali da dare più posti di lavoro e salari più elevati, se vogliono ottenere e mantenere la maggioranza, perché ciò rappresenta la priorità sentita dalla maggioranza delle famiglie sempre più soffocate da redditi eccessivamente bassi e conseguentemente dallo spettro di pensioni irrisorie. Anzi bisognerebbe inserire la spesa a sostegno strutturale dei redditi tra gli investimenti e comunque escluderle dalle regole del tutto irragionevoli introdotte in Unione Europee dal patto di stabilità.

La debolezza del potere

L'ultimo inquisitore - Milos Forman - 2006
L’ultimo inquisitore – Milos Forman – 2006

Quando si pensa  al potere ci rappresentiamo tutto ciò che rimanda all’idea di forza. Vi è, tuttavia, una sorta di costante in tutte le forme di potere, una costante che ne determina o prima o poi il proprio declino. E’ l’incapacità di modificarsi. Pare strano, ma il potere può tutto, ma in qualche modo non è in grado di controllare se stesso. Chi esercita un potere ritiene che cambiare idea, modificare strategia, ripensare a sé medesimo rappresenti una debolezza, se non la fine della propria esistenza. Eppure è proprio questa rigidità che mina il potere stesso. Tutti possono cadere in errore, anzi è molto più frequente che un uomo stia sbagliando, piuttosto che agisca rettamente. Quindi anche chi governa sbaglia. Eppure per una sorta di sciocca arroganza, anche di fronte all’errore, il potere non muta, perpetua se medesimo, anzi talvolta accentua ciò che sa essere errato. Ciò rappresenta il limite di ogni potere. Imboccata questa via il processo di erosione del potere è iniziato e inevitabilmente giungerà la fine.

Uno strano giudizio dato da persone strane

In questi giorni ho saputo che parrebbe che io sarei considerato in Ministero, ove ebbi l’avventura di entrare da ormai diversi anni, una sorta di rompiscatole. Lungi dal sentirmi offeso ho ritenuto anzi importante dedicare un articolo sul mio giornale, perché di tante bizzarrie che ho assistito in pubblica amministrazione questa è davvero la più strana. E’ sotto gli occhi di tutti che settori pubblici sempre più vasti sono ormai in mano alla politica, come è altrettanto evidente che i redditi dei dipendenti pubblici sono condizionati, talvolta pesantemente, dal favore o sfavore mutevoli delle maggioranze politiche. Eppure chiunque osi pensare che tutto ciò sia gravemente iniquo, oltre che essere in palese contrasto con il principio di imparzialità organizzativa, di cui all’art. 97 Cost., viene considerato una persona scomoda anche da chi è vittima di questo sistema, anche da chi non otterrà mai il grado, e il correlato reddito, che potrebbe meritare! Questo è il più insondabile comportamento dei dipendenti pubblici. D’altra parte rivendicare il diritto di una carriera equa non è una mera difesa corporativa. Sfugge, infatti, clamorosamente che le inefficienze e, nei casi più gravi, i fenomeni corruttivi del settore pubblico scaturiscono proprio da questo sistema di selezione della classe dirigente pubblica. Inutile cambiare continuamente regole o introdurre ulteriori controlli sui procedimenti amministrativi. E’, invece, indispensabile rivedere le carriere pubbliche, in modo che alla dirigenza arrivi chi è meritevole. Essere convenzionali non significa sempre garantire il bene pubblico.

Una politica autorevole

Nigel Farage
Nigel Farage

Durante questo fine estate 2016 stanno emergendo comportamenti politici, che dimostrano con sempre maggior evidenza come sia indispensabile ritornare a una politica capace di produrre e distribuire benessere collettivo. Si è passati da un sistema politico fondato su una conflittualità sulle qualità dei leader (il conflitto s’interessi) alla politica di Catone, tutta incentrata nell’additare i vizi altrui, dimenticando, peraltro, i propri, transitando attraverso Governi che hanno scelto la via del rigore, in modo tanto irragionevole da perseguire su quella via persino quando era evidente che li avrebbe portati a sicura sconfitta elettorale. Certo per i seguaci di questa sconfitta è un vanto l’aver governato senza ascoltare l’elettorato, ma ora che sono sconfitti è molto difficile che riescano a far attuare anche quelle idee buone, che, seppur raramente, hanno dimostrato di avere. E’ proprio da questo esempio negativo, che dovrebbe far riflettere chi intende governare. Il rigore eccessivo è sempre da rifiutare in politica, proprio perché essa non è altro che l’arte del mediare. Il rigore si può mostrare sotto varie vesti. Può trattarsi della rigidità dell’economista che non ammette alcuna deviazione dai modelli matematici, ma può anche manifestarsi in forme di morale eccessiva, quale pretendere che ci si occupi della cosa pubblica, assumendosene fino in fondo la responsabilità giuridica e politica, con compensi eccessivamente bassi o addirittura considerare qualunque accordo un “inciucio” volto a perseguire interessi di parte. La politica, invece, è fatta proprio di ciò. Chi governa in forma democratica dovrà sempre scendere a patti ora con l’elettorato ora con le forze dell’opposizione. Persino i privilegi, se ragionevoli, fanno parte del gioco. Peraltro come si può pretendere che ci si dedichi al bene comune senza avere alcun vantaggio? E’ ovvio che questa affermazione presume che vi sia un legittimo ed equo scambio tra elettori e politici. Questi hanno il dovere di migliorare le condizioni sociali, ma gli elettori dovrebbero essere tanto saggi da tollerare qualche previlegio. Il problema sorge quando s’interrompe questo scambio. E’ inevitabile che rapidamente la condizione dei cittadini diminuisca, mentre è altrettanto inevitabile che la maggior parte dei politici tenti di mantenere i vecchi previlegi. Il pericolo è cadere in uno sterile rigorismo. Il caso Nigel Farage, creduto il simbolo dell’innovazione politica, è emblematico. La sua propaganda censoria ha portato l’Inghilterra a uscire dall’Europa, ma poi lui stesso si è guardato bene dal rinunciare ai privilegi offerti dall’essere deputato europeo. Anche il caso di Roma è emblematico. Può essere una sana azione catartica  consegnare alla storia i responsabili della situazione disastrosa in cui versa la capitale, ci si può indignare per lo stipendio di questo o quell’altro collaboratore, può persino essere rassicurante che ora grazie alla trasparenza emergano più o meno gravi omissioni nei curriculum dei vari eletti. Eppure nessuno mi può persuadere che i romani sarebbero molto più felici se potessero passeggiare in una città pulita e ordinata. Ecco perché oggi più che mai in un’Europa preda della crisi economica, pressata dall’immigrazione e terrorizzata dai venti di guerra, bisognerebbe ritornare a una politica di alto profilo, sensibile ai bisogni dei cittadini e retribuita adeguatamente. Una politica autorevole, perché utile.

Il MIBACT? Una nominificio!

index
Francesco Giro

Su Il Velino del 29 luglio 2016 l’ex sottosegretario del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Francesco Giro – Forza Italia – , sostiene che ormai il Ministero della cultura è divenuto una nominificio. Come non dargli ragione! Ormai è chiaro che la gestione del personale assegnato alla cultura, risponde più a logiche politiche, che gestionali. In alcuni casi pare che la creazione o soppressione di sedi sia determinato dai dirigenti che vi sono o che potrebbero esservi nominati. Certo il Ministero è ormai usato per fini molto diversi rispetto a ciò per cui è nato, ma è pur vero che tacciono gli stessi controinteressati, la pletora di funzionari che probabilmente per effetto di tali strategie di vertice non otterranno mai la dirigenza, pur meritandola. Ognuno è convito che se tollera, prima o poi giungerà il proprio moment fortunato. Così passano gli anni, cambiano i Governi, si modificano le priorità, ma la nomina non giungerà, a meno che ci si trovi al momento giusto nella corrente giusta. E’ questa la grande riforma del pubblico impiego? E’ con queste strategie che la classe politica pensa di riscattarsi? A parte i pochi fortunati che si sono trovati ai vertici, spesso senza concorsi, che ricordo avranno i dipendenti del MiBACT di questa classe politica? Quest’ultima è davvero convinta di ottenere il necessario consenso per ottenere la prossima maggioranza, appoggiandosi a questo ridotto numero di fortunati?